Un silenzio-assenso assordante

Come tutti sappiamo, il 6 agosto 2021 il Governo ha emanato un decreto-legge, contenente “Disposizioni urgenti per l’anno scolastico 2021/2022 e misure per prevenire il contagio da SARS-CoV-2 nelle istituzioni del sistema
nazionale di istruzione e nelle università”.

Queste disposizioni si risolvono di fatto in un ampiamento piuttosto massiccio dell’uso della cosiddetta “Certificazione Verde” o “Green Pass”: infatti, poco dopo nel decreto si legge che:

“Dal 1° settembre 2021 e fino al 31 dicembre 2021, termine di
cessazione dello stato di emergenza, al fine di tutelare la salute
pubblica e mantenere adeguate condizioni di sicurezza nell’erogazione
in presenza del servizio essenziale di istruzione, tutto il personale
scolastico del sistema nazionale di istruzione e universitario,
nonché gli studenti universitari
, devono possedere e sono tenuti a
esibire la certificazione verde COVID-19
“.

Ricordando che la certificazione verde può essere ottenuta:

  • attraverso la vaccinazione, anche dopo che siano passati 15 giorni dalla somministrazione della prima dose;
  • attraverso un tampone molecolare e/o tampone rapido che attesti la negatività al virus, valido solo per 48 ore;
  • attraverso la dimostrazione di avvenuta guarigione dal Covid (tampone positivo seguito da tampone negativo);
  • attraverso il rilascio di una esenzione (alquanto difficile da ottenere) che attesti l’impossibilità di sottoporsi alla vaccinazione per motivi gravi di salute.

Ora, visto che il suddetto decreto-legge ha anche imposto che da settembre le lezioni in università si dovranno svolgere “prioritariamente in presenza”, e quelle nelle scuole di altri gradi “in presenza”, l’unica scelta per gli studenti universitari che vogliano esercitare il proprio diritto allo studio ovvero per i professori e il personale ATA che vogliano esercitare la loro professione, è quella tra una spesa fissa di 30 euro a settimana (il costo del tampone rapido per gli over 18 è stato “calmierato” a 15 euro) per ottenere ogni 48 ore il fatidico Green Pass, oppure la vaccinazione, purché sia effettuata il prima possibile, dato che occorre comunque attendere almeno 15 giorni dalla prima dose per poterlo ottenere.

Come può uno studente universitario, che già fa pesare sul bilancio della famiglia un costo non indifferente tra tasse universitarie, libri ed altro, e che non voglia sottoporsi ad una vaccinazione sperimentale, autorizzata solo in via condizionale ed emergenziale, a permettersi di spendere anche 30 euro a settimana?

Dovrebbe quindi rinunciare al suo diritto allo studio, a seguire le lezioni, a socializzare, a confrontarsi con altre idee, continuando però a pagare lo stesso prezzo affinché quegli studenti “degni e privilegiati” possano usufruire di quei servizi che a lui sono stati, di fatto, negati.

Da studenti universitari, ci aspettavamo una reazione piuttosto forte da parte di tutto il mondo accademico di fronte a questa discriminazione di fatto, che peraltro non aiuta in nessun modo a contenere il contagio, dato che nessuno ha dimostrato la piena efficacia dei vaccini e, dunque, un vaccinato può, al pari di un non vaccinato, prendere il virus e trasmetterlo.

Ma questa reazione non c’è stata; anzi, molti professori, di fronte ai dubbi e alle preoccupazioni posti alla loro attenzione da parte di molti studenti preoccupati per la loro futura carriera universitaria, hanno risposto con un semplice “tanto per ottenere la certificazione verde è sufficiente anche la prima dose”, abbracciando, di fatto, la linea adottata dal Governo e spingendo il più possibile per accelerare le vaccinazioni.

Nessun dibattito, nessuna critica, nessuna riflessione, dunque, neppure nel luogo -l’università- che dovrebbe “tutelare e farsi portavoce della libertà di pensiero”. Fortunatamente questo fatto è stato sottolineato da quella che per ora sembra essere una minoranza di accademici, di cui si sono fatti portavoce in prima persona i professori Luca Marini e Francesco Benozzo, rivolgendo inizialmente un appello a tutta la comunità scientifica, e successivamente, di fronte ad una scarna risposta anche a quest’ultimo, un appello direttamente al Governo.

Non serve aggiungere altro alle parole esposte nei sopracitati appelli, sperando che possano interrompere questo silenzio assordante.

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