Tecnologia e salute; economia e salute

Tecnologia o salute: dove conviene investire?

In ogni canale tv, sui giornali, nei programmi serali, veniamo sempre più inondati dei benefici della moderna tecnologia. Le pubblicità mostrano la gioia di poter comunicare a distanza di chilometri con i parenti che sono geograficamente lontani, possibilità cruciale in questo periodo di pandemia. Gli show che seguono da vicino i pazienti affetti da Covid-19 negli ospedali, mettono in risalto il ruolo dei super freezer per conservare il plasma, nonché dei trasportatori di medicinali che rendono possibile il passaggio di un farmaco da un reparto all’altro in tempi record.

Quasi ci si dimenticasse, in questo modo, che quando la pandemia è scoppiata a inizio di quest’anno in Italia, quello che mancava per affrontarla in maniera ottimale, non erano di certo tecnologie super innovative, bensì mascherine, guanti monouso, igienizzanti.

Riflessione ancora più grave se si pensa che da anni, periodicamente, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) emette “Piani nazionali di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale”, nei quali viene sottolineato proprio il ruolo cruciale che i dispositivi di protezione individuale avrebbero giocato nell’eventualità dello scoppio di una emergenza sanitaria come quella che c’ha colto di sorpresa.

Che poi così tanto di sorpresa non avrebbe dovuto coglierci: la storia evoluzionistica ci insegna infatti che non potremo mai abbassare la guardia di fronte al possibile insorgere di nuove malattie infettive. La “corsa agli armamenti” continua e probabilmente continuerà per sempre fra noi e i germi. Basti pensare all’emergenza più o meno recente di nuove malattie, come l’AIDS negli anni Ottanta e ora il Covid-19; alla ricomparsa di “vecchie” malattie ora divenute antibiotico-resistenti, come la tubercolosi; oppure, ancora più semplicemente, al virus dell’influenza, che ogni anno miete vittime a livello mondiale e con una certa ciclicità pluridecennale muta in modo significativo, diventando particolarmente virulento e mortale, come quello che causò la cosiddetta “Spagnola” nel 1918-1919, quello dell’“Asiatica” nel 1957, quello di “Hong Kong” nel 1968, e così via.

Dunque erano ben due gli avvertimenti ai quali i Paesi avrebbero dovuto porre attenzione: quelli tecnico-scientifici provenienti dall’OMS, e quelli provenienti dal prezioso insegnamento offertoci dalla storia, passata, ma anche recente. Come mai, se era prevista una seconda ondata per l’inverno 2020, gli ospedali si sono nuovamente ritrovati in difficoltà soprattutto per la scarsa disponibilità di terapie intensive?

L’inadeguatezza ad affrontare una simile emergenza era inscritta, infatti, anche negli impieghi alquanto discutibili delle risorse disponibili: mentre venivano pianificati grandissimi investimenti in tecnologie super-moderne ed innovative (dal 5G, alla robotica, alle nanotecnologie), intanto venivano chiusi centinaia di ospedali  e lasciati incompiuti quelli che avrebbero dovuto vedere la luce[1]. Quante persone cadute vittime del Covid-19 avrebbero potuto ricevere un’assistenza sanitaria più efficiente con una rete più capillare di strutture a ciò adibite? Non lo sapremo mai.


[1] Nel libro “Sciacalli” di Mario Giordano si fa riferimento, ad esempio, ad un ospedale in Calabria: dopo i grandi festeggiamenti per la sua inaugurazione, il progetto è rimasto incompiuto, e i soldi investiti sottratti alla sanità locale.

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